L'amico di Mauro - Giuseppe Merico - Immagine di Lisa Wright

L’amico di Mauro

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Immagine di Lisa Wright

L’amico di Mauro – in corso di stesura

UNA SPIEGAZIONE

Il romanzo si compone di tre momenti diversi che si alternano tra loro, la storia si svolge in Puglia negli anni ottanta tra la provincia di Brindisi e quella di Lecce, un primo momento vede un ragazzo di tredici anni di nome Pietro Manni che una mattina assiste al tentato suicidio del suo miglior amico che si chiama Mauro Nitti, il quale decide di lanciarsi dalla finestra della scuola per poi finire in coma, a seguito dell’evento Pietro presenta disturbi psicologici, per questi è seguito da un terapeuta che lui chiama Cappotto, soffre anche di crisi epilettiche. Il secondo momento ci mostra l’amicizia tra il fratello più piccolo di Mauro Nitti, Darietto e un vecchio camionista che si chiama Bill Dal Monte, il vecchio è alle dipendenze di un malvivente del posto, l’Ingegnere, il quale gli chiede di aiutarlo a nascondere e sorvegliare in una masseria della zona un narcotrafficante che opera nel milanese che si fa chiamare Teschio. A seguito della richiesta, Bill Dal Monte chiede consiglio alla vecchia Lù, un’anziana donna che ha il dono di prevedere gli eventi. Nel terzo momento c’è il legame tra Pietro Manni e Mauro Nitti, i due trascorrono le giornate in una fabbrica di pomodori dismessa, ma si accorgono di non essere i soli a frequentare il posto, qualcuno sa di loro, qualcuno li spia.

DUE PARTI

Questo estratto è diviso in due parti, presentate qui come sono nel romanzo, una di seguito all’altra, nella prima gli eventi si svolgono al presente, Pietro Manni si trova in ospedale a seguito di una forte crisi epilettica, il suo amico Mauro Nitti è ricoverato nello stesso ospedale in stato comatoso. La seconda ci parla dal passato, Darietto, il fratello di Mauro si trova in casa di Bill Dal Monte assieme al nano per sottoporsi a un’indicazione che Bill Dal Monte ha ricevuto dalla vecchia Lù, un’anziana donna che ha il dono di prevedere gli eventi. Nel terzo momento c’è il legame tra Pietro Manni e Mauro Nitti, i due trascorrono le giornate in una fabbrica di pomodori dismessa, ma si accorgono di non essere i soli a frequentare il posto, qualcuno sa di loro, qualcuno li spia.

Durante la visita del mattino il dottore, che fa Isceri di cognome, come la mamma, anche se non è un suo parente, un uomo basso e grasso dell’età di papà, con una grossa voglia più chiara della pelle della sua faccia che gli parte dal collo e gli finisce sotto l’orecchio destro mi ha detto, “stai quasi per essere liberato da Guantanamo,” si è guardato intorno per raccogliere il consenso dei suoi assistenti e ha continuato, “puoi andartene in giro liberamente e cercare qualche bella paziente della tua età.” I suoi assistenti hanno sorriso, anch’io ho sorriso. Ho pensato che sarei tornato a far visita a Mauro Nitti. Eppure quando me lo avevano chiesto loro, mia madre, mio padre e anche Clara mi era venuto più che naturale rispondere di no, che non sarei tornato lassù, all’ultimo piano dell’ospedale, nel reparto speciale dai vetri offuscati, dai muri verdi, dove Mauro dorme sul materasso ad aria, con le ossa rotte, con il tubo nel naso, con la pelle bianca come carta, attaccato alle macchine, dove è rimasto sospeso nel salto, nell’aria del mattino estivo e azzurro che si è lacerata, offesa, che è rimasta immedicata, senza che io lo guardassi, svegliandomi la notte durante un sonno agitato dalle grida delle mie compagne di classe nella testa, la finestra della classe rimasta aperta. Tutto andrà per il meglio, domani o dopodomani mi manderanno a casa, il mio compagno di stanza, Carmine Esposito è uscito questa mattina, mi ha regalato un libro sul Napoli Calcio, non so che farmene. Mi prenderanno con la macchina e ci trasferiremo nella casa del paese di mare, le lunghe passeggiate sulla riva al mattino presto quando sulla spiaggia ci sono solo i vecchi o le madri con i bambini piccoli faranno bene a mia madre, l’aiuteranno a stemperarsi, anche con Clara non va molto bene, non si parlano, per via di Lorenzo Centonze, mi ha detto mio padre che l’altra sera c’è stata l’ennesima discussione, alla fine mia sorella ha telefonato a Lorenzo e gli ha detto di venire a casa, quando è arrivato non è entrato, mia madre è rimasta dietro la finestra a guardarli che parlavano nel buio, quando lui l’ha chiamata e le ha detto di togliersi da lì che forse stava esagerando, lei non si è girata a guardarlo e nemmeno gli ha risposto.
Due suore vestite di bianco camminano una di fianco all’altra, la luce forte che entra dai finestroni che stanno a lato del lungo corridoio le rende immateriali, le sospende a qualche centimetro dal pavimento, come se mi venissero incontro senza muovere i piedi, scivolando silenziose, in questo corridoio dell’ospedale un po’ in discesa non c’è nessun altro, quando i miei occhi incrociano i loro mi sento trafitto, faccio un colpo di tosse per buttare fuori qualsiasi cosa abbia percepito in quello sguardo, una volta che sono passate le sento ridere di me, di quello che sto per fare. Un portantino con uno stupido e piccolo berretto sottile e bianco calcato sulla testa spinge a fatica una carrozzina sulla quale è seduta una donna enorme con una faccia che trabocca, a traboccare non è solo la sua faccia ma anche i fianchi che sono incastrati ai lati della sedia e impediscono alle grosse ruote di muoversi liberamente, tra le labbra del portantino c’è una sigaretta spenta, mezza fumata, con la testa nera, gli occhi della donna somigliano a quelli di un pesce spiaggiato, nel suo naso sono infilati due tubicini di plastica trasparente che la collegano a una piccola bombola dell’ossigeno appesa a un bracciolo della sedia, una volta che sono passati sento che la donna enorme pronuncia il mio nome, Pietro, con una voce bassa e soffocata, mi volto, il portantino continua a spingere come se nulla fosse, li guardo allontanarsi, non è vero mi dico, mi sono sbagliato, mi volto, continuo a camminare, il corridoio è finito, oltre la porta a vetri c’è l’atrio del Pronto Soccorso, da lì viene un brusio di voci che si fanno sempre più insistenti man mano che mi avvicino, quando poggio la mano sulla grossa maniglia di ferro che ha la forma di una croce, e sto per aprirla, sento la voce del portantino che echeggia nel corridoio, i due ormai sono lontani, lu figghiu de lu dottore, il figlio del dottore, urla, ce l’ha con me, sono io, qualcosa mi abbandona, sudo freddo, la porta è aperta, le persone sedute sulle panche di legno dell’atrio hanno occhi che mi guardano dentro, è un attimo, inizio a correre, in pigiama, con le ciabatte ai piedi, fuori c’è un autoambulanza ferma, parcheggiata sulla salita del Pronto Soccorso, due infermieri sono seduti sul muretto, al sole, fumano, si sono tolti gli zoccoli, i loro piedi hanno alluci carnosi, calmati, mi ripeto, calmati.
Una volta, in un pomeriggio d’estate come questo un amico che adesso non vive più al paese, Giambattista si chiamava, mi aveva chiuso per gioco in una cisterna vuota, all’inizio ci ero stato, gli dicevo che mi sembrava di essere in un sommergibile, la mia voce rimbombava contro le pareti metalliche, mi fidavo di lui e il buio in cui ero sprofondato non mi faceva paura, Giambattista rimaneva in contatto con me parlandomi dall’esterno del cassone, era un sommergibile che si immergeva negli abissi più neri, da fuori lui mi diceva a quale profondità ero arrivato, mi descriveva i mostri marini che incontravo. Era un gioco. Poi d’improvviso aveva smesso di parlarmi, lo chiamai più volte, non rispondeva, cominciai ad avere paura, la mia voce mi rimbalzava contro nel buio e quando cominciai a battere contro le pareti del cassone anche i colpi presero a rimbalzare da tutte le parti, arrampicato sugli scalini assestavo pugni contro lo sportello chiuso, Giambattista non rispondeva, avrei potuto starmene fermo e aspettare, era uno scherzo, in fondo lo sapevo, voleva vedere la mia reazione, ma invece di giocare ad aspettare in silenzio il momento in cui avrebbe aperto lo sportello la paura si era impossessata di me e i colpi e la mia voce avevano innescato un meccanismo che la alimentava. Alla fine quando sentii che faceva ruotare il maniglione avevo le lacrime agli occhi, mi tremavano le gambe e le mani.
Io sono la cassa di risonanza della mia paura, cammino sotto l’ombra dei pini, in questa parte del giardino dell’ospedale i pazienti non ci sono, non ci sono i visitatori, ci sono le macchine parcheggiate e qualche addetto al trasporto dei rifiuti ospedalieri con la tuta la grigia che fa il suo lavoro. E’ un tentativo, non so se ci sarà qualcuno dentro, se lo posso fare oggi, non me ne accorgo ma quando mi fermo dietro la camera mortuaria scopro di aver camminato nel brecciolino, come un sonnambulo, le pantofole sono piene di polvere, ho il cazzo dritto. La giornata è calda, sono venuto qui, non ho paura di avere un’altra crisi epilettica, sto prendendo i farmaci, Mauro Nitti mi sta aspettando, inizierò appena posso, mio padre ha infilato le sue dita telescopiche nel corpo di qualcuno, ha uno sguardo così concentrato da sopra la mascherina che gli copre la bocca e il naso, ma forse mi sbaglio, forse ride di qualcosa che ha appena detto un suo collega, mentre operano, mia madre è tornata a casa serena, ha finito con l’ospedale, oggi andava all’incontro del circolo di lettura, Clara è al canile, i cani hanno bisogno di bere, i cani soffrono il caldo, c’è da pulire bene il pavimento, passare lo straccio, con il caldo gli odori si fanno intensi, prendersi cura dei cani malati, uno di loro sta morendo, non ho più visto il padre di Mauro Nitti, ho paura di incontrarlo. La superficie del muro della camera mortuaria è gialla, porosa e crepata, la navigo con le dita, calpestando le piante infestanti che le crescono addossate, hanno i gambi tozzi e l’aspetto di armature medioevali, c’è un odore acre, salato, con punte acidule, viene da un recinto di legno tirato su a qualche metro dalla camera mortuaria, tra i pini, dentro c’è lo scheletro di un letto, i pali delle flebo, dei materassi infilati in buste di plastica nere, ci sono dei sacchi voluminosi, neri anche loro, chiusi, ci sono due comodini rotti, smontati, delle lastre buttate lì, fascicoli contenenti carta che fuoriesce, su tutto un materiale denso e grigio come una colata di cemento. Guardo quello che posso, mando dentro ai polmoni, sono solo, domani vado a casa, questa è una pausa, mentre cammino mi tocco sotto, rimando il momento in cui vengo, ho voglia di sborrare sul muro della camera mortuaria, sulla porta di legno, sarei entrato dentro, ma la porta è chiusa, un vetro della porta è rotto, il sole picchia, le lucertole si rincorrono sui muri, non mi era mai successo, che mi sentissi chiamare, che sentissi delle voci, devo dirlo al Cappotto, è venuto a trovarmi, il secondo giorno che ero dentro, è stato papà a telefonargli, sarebbe potuto non venire, non era nei suoi compiti, lui è venuto, mi ha fatto piacere, mi ha portato il fumetto de L’eternauta, quando vengo mi ritrovo a sbattere con tutta la schiena contro la porta di legno della camera mortuaria, contro il vetro, oltre il muro dell’ospedale il sole è alto, mi accieca, in questo buio che ho cercato tutti i fantasmi vengono a raccolta.

Il corpo di Darietto era coperto di cenere dalla testa ai piedi, anche i capelli, era stata la vecchia Lù a dirgli di farlo e Bill Dal Monte lo aveva fatto, con la cenere della stufa, con quella che era rimasta del fuoco del giorno prima, a Darietto non importava, si era tolto i vestiti e aveva lasciato che le mani di Bill e del nano lo tingessero di grigio, rideva, anche il nano rideva, il pisello del ragazzino era esposto all’aria, non se lo copriva nemmeno, ci giocava anzi facendo finta di pisciare addosso ai due. Il gatto dormiva standosene acciambellato sulla poltrona, il vetro della finestra della cucina di Bill teneva un dialogo serrato con il vento che fuori soffiava forte, a ogni spinta faceva seguito un tremito. Quando ebbero finito il nano non stava più nella pelle, aveva preso a muovere le mani a casaccio e a strabuzzare gli occhi, sembrava volesse dire qualcosa ma le parole non gli uscivano, Bill Dal Monte se ne era accorto, per questo si era allontanato da Darietto ed era andato ad aprire la porta di casa, tenendola ferma con un piede, una serie di folate fecero rabbrividire Darietto mentre il nano era già scomparso nella stanza da letto di Bill, sentirono i suoi versi simili a grugniti, ma non mancavano fischi e bestemmie, sentirono che armeggiava con il letto di Bill sollevandolo dal pavimento tre o quattro volte, con il comodino, apriva e chiudeva l’anta dell’armadio, tra un po’ non ce l’avrebbe fatta più, Bill lo sapeva e aspettava sulla porta tenendola aperta, Darietto chiese a Bill se poteva andare in bagno a lavarsi, lui gli rispose che ci sarebbe andato dopo che avevano finito con il nano, sulla poltrona il gatto non c’era più, era andato a nascondersi chissà dove. Il vetro della finestra della cucina sembrava sul punto di rompersi trovandosi in mezzo a due opposte correnti d’aria, quella che continuava a spingere da fuori e l’altra che era il risultato del giro che l’aria una volta entrata faceva nella cucina. Ci fu un momento di silenzio, i rumori nella stanza da letto di Bill erano cessati, Darietto e Bill si guardarono con gli occhi appuntiti, con le orecchie tese, pronte, Darietto si era stretto nelle braccia e stava in piedi un po’ ingobbito tutto coperto di cenere. D’improvviso sentirono un urlo, ma non era un urlo umano, era il gatto che emise un miagolio nervoso, lo sentirono soffiare come se stesse per attaccare o volesse difendersi, “sta arrivando,” disse Bill, poi ci fu un altro urlo, questa volta umano, era il nano, “mannaggia li muerti mei!” che malediva i suoi morti. Darietto se lo vide correre incontro, nudo, corto e tozzo, con la bocca storta, i capelli tutti all’aria e due occhi spiritati, fece per ripararsi con le mani, ma all’ultimo momento il nano sterzò e prese la via per la porta di casa, “fuci! Fuci!”, corri, corri! Gli gridò dietro Bill Dal Monte, ridendo e seguendolo con lo sguardo, prima di richiudere la porta. L’ultima cosa che vide furono le chiappe pelose del culo del nano che lo assecondavano nella corsa, sembrava uno scimpanzé.
Darietto non riusciva a crederci, si era infilato sotto la doccia e aveva aperto l’acqua calda, la cenere veniva via facilmente, stava canticchiando la sigla di Capitan Harlock quando Bill Dal Monte gli comandò di fare presto perché lui doveva andare. Ancora una volta come sempre era accaduto negli ultimi dieci giorni. Darietto si fidava ciecamente del vecchio ma lo conosceva abbastanza bene da sapere che questa volta non gliela stava raccontando giusta, no proprio. Non riusciva a credere che non stesse succedendo niente. Come quella volta quando l’Ingegnere lo mise a fare il guardiano delle giostre di un paese vicino, Bill Dal Monte non aveva detto niente a nessuno, per paura che la bande dei ragazzi, sia quella dei più grandi che quella dei più piccoli gli mandassero all’aria il lavoro. Darietto e gli altri lo vennero a sapere soltanto l’ultimo giorno quando ormai le giostre le stavano smontando e il divertimento era finito. Darietto ancora glielo rinfacciava al vecchio Bill. Si tirò fuori dalla vasca e si asciugò velocemente con un asciugamano. Di là il nano era tornato a riprendersi i vestiti, adesso stava meglio, gli era passata, lo sentiva parlare con Bill con quel suo modo che gli ricordava qualcuno che non riuscisse a liberarsi di una tosse stizzosa, sempre in dialetto, e sempre alternando un tono molto alto a un altro con il quale dovevi avvicinarti per sentire quello che diceva, sembrava che prima gli uscissero dalla bocca delle pietre molto grosse e che poi queste lasciassero il posto a sassolini via via più piccoli fino a quando quello che sputava fuori era una specie di pietrisco sottile simile a sabbia. Doveva seguirlo, sapere dove andava, senza essere visto, senza che Bill se ne accorgesse. Quando uscì dal bagno il nano gli fece le feste saltandogli incontro, accarezzandolo con le mani grosse e chiamandolo piccinnu miu, piccolo mio. Il vento si era ritirato e la finestra della cucina aveva smesso di tremare, il gatto si era sistemato sotto la stufa accesa, teneva gli occhi chiusi ma le orecchie erano dritte e si muovevano da sole, segno che ancora si doveva riprendere dallo spavento. La radio era accesa e sintonizzata sul canale che il vecchio ascoltava sempre, una stazione di Brindisi che trasmetteva il liscio. Darietto si guardò in giro ma Bill Dal Monte non c’era e quando chiese al nano dove fosse andato lui gli rispose facendo un cenno con la testa come a voler dire no e muovendo le braccine su e giù con le grosse mani spalancate come se non potesse dirglielo, andò avanti così per un po’ mentre Darietto guardava fuori dalla finestra per vedere se la macchina di Bill fosse ancora parcheggiata sulla strada fuori dal cortile. La macchina c’era. Qualcosa nella testa del ragazzino si mosse, sentì come uno scatto che lo portò a prevedere la prossima mossa, la sua e quella del vecchio. S’infilò il giubbotto, salutò il nano e uscì da casa di Bill. Sarebbe potuta andare il male, il suo piano avrebbe potuto rivelarsi un buco nell’acqua, ma non gli costava niente, era domenica, non c’era scuola, suo padre e suo fratello Mauro sapevano che sarebbe rimasto a fare compagnia al vecchio per tutto il giorno. Di tempo ne aveva.
La macchina di Bill, una vecchia Fiat 131 Supermirafiori stava parcheggiata appena fuori il cortile, il bagagliaio era rotto, il vecchio non lo aveva mai riparato, lo teneva chiuso con una corda elastica per evitare che si aprisse, doveva solo infilarcisi dentro e aspettare che lui tornasse. Aspettò lì per mezz’ora e proprio quando stava per capitolare e tornarsene a casa sentì lo sportello aprirsi e chiudersi e la macchina avviarsi.

Intervista
per Vita da Editor