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Campo di Mare in tre movimenti

Campo di Mare in tre movimenti
Pubblicato sul blog Inchiostro di Puglia – 10 dicembre 2014
Nel paese c’è una lingua di fuoco e acciaio che le arde gli occhi, ha preso l’abitudine di portare con sé una bottiglietta di acqua borica e un pacchetto di garzine sterili. Le tira fuori dalla borsa comprata al mercato che fanno il sabato mattina in via Pier Giovanni Rizzo, se le passa sugli occhi quando le bruciano. Una mattina alla fine delle lezioni quando la sirena suona per l’ultima volta il professore di matematica e scienze le chiede se un giorno voglia raggiungerlo a casa sua per cena e che porti suo figlio Marco che è nella classe del professore e che se anche la scuola è cominciata solo da due mesi, “io li riconosco subito gli allievi attenti e volenterosi”, così le dice e lei, Carla la bidella delle medie Dante Alighieri se ne compiace, annuisce e abbassa gli occhi che sono due tagli verdi sulla pelle bruna, che sono torrenti seccati dal troppo esondare, li abbassa per un attimo sulla formica del banco da scuola che è tutta scritta e graffiata, il banco che è il suo posto tra i bagni e l’ingresso principale, “e suo figlio, se lo faccia dire, è uno di questi” conclude il professore di matematica e scienze il cui cavallo dei pantaloni, per come la vede Carla, la bidella, è sempre troppo basso e l’orlo gli va a finire sempre sotto le scarpe conferendogli un’aria trasandata che però non le dispiace. Come di qualcuno che uscendo di casa al mattino si dimentichi sempre qualcosa e un sentimento di tenerezza e protezione guadagna millimetri lungo le pareti del cranio della donna.

La Panda nera è una scatola con i sedili di tela del colore della terra arida. A ogni cambio di marcia il polmone di metallo compie tre movimenti a cui Marco seduto al fianco di suo madre presta molta attenzione inarcando le sopracciglia, nel primo il polmone inspira tirando a sé la sequela di anni che hanno visto Marco rendersi conto che per giocare con il Vic 20 sarebbe dovuto andare a casa del suo amico M. perché quando a Natale ha chiesto ai suoi genitori un videogioco quello che si è trovato tra le mani è stato nient’altro che un affarino nero con un volante piantato nel centro nel cui interno correva un nastro di plastica sul quale erano disegnate delle sagome di automobili da Formula Uno, nel secondo movimento il polmone della scatola nera trattiene il fiato mentre la Panda attraversa il ponte che porta alla spiaggia di Campo di Mare e sotto di loro scivola la statale Brindisi-Lecce le cui carreggiate sono separate da arbusti rigogliosi di oleandro rosa, su un libro di scienze Marco ha letto che le foglie dell’oleandro hanno delle proprietà tossiche. Dalla sommità del ponte si vede la striscia di mare e sulla destra verso Brindisi la torre della centrale a carbone, quest’estate un gruppo di attivisti vi si è arrampicato fino in cima e vi ha scritto sopra con la vernice nera STUPID. Quando la madre gli sta accanto e stanno camminando lungo la riva di questo grigio mare meridionale, Marco tira fuori dallo zaino Invicta la macchina fotografica e prende la mira in direzione di un tronco bianco di una decina di metri steso obliquo sulla spiaggia molto vicino a quelle che i ragazzi della zona e anche lui chiamano le rupi, che sono un’alta e lunga parete di terra rossa che ha visto in innumerabili notti degli anni ottanta, da lontano, come i contrabbandieri abbandonassero in mare i loro carichi di Marlboro fatti arrivare qui dall’Albania e le loro sagome nere ritte sugli scafi, a tre, a quattro, sembrassero quasi poetiche.

Della cena in casa del professore Marco e sua madre hanno parlato a lungo ridendo assieme seduti sul divano mentre guardavano i VHS dei film di Hitchcock e la luce della luna stendeva il suo glabro chiarore sopra la torre della piazza e sopra il resto del paese, dal palazzetto dello sport la cui costruzione era iniziata cinque anni prima e il cui completamento non si sarebbe mai visto perché le spinte che regolano le azioni da queste parti si vanno a perdere forza maggiore nel labirinto degli incartamenti comunali oliati da cospicue concessioni di denaro o di contro dalla loro sottrazione, da quella struttura di cemento che di notte ma anche di giorno pare abitata dai fantasmi quindi, alla masseria dell’ultimo pastore rimasto nel paese, un brutto affare d’uomo denunciato dalla figlia alle forze dell’ordine per percosse, agli inizi di luglio è finito sul Quotidiano di Brindisi perché dieci capre sottrattesi al suo controllo hanno pensato di porre fine ai loro giorni facendosi macellare dall’intercity Milano Lecce. A Marco il professore piace, mentre mangiavano lo sformato di patate avrebbe voluto avere a portata di mano la sua agendina per disegnarvi tutte le inclinazioni che assumevano le sopracciglia rade e fulve dell’uomo così attento a non perdersi nemmeno una di tutte quelle sfumature, accelerazioni, rallentamenti, pause e incrinature della voce della donna che gli stava di fronte e gli raccontava di come suo marito fosse stato tranciato, le gambe, la striscia rossa di sangue lunga venti metri, le scarpa destra mai ritrovata, la cinghia dei pantaloni, saltata via e rimasta intatta e questa cosa Carla non è mai riuscita a spiegarsela, ucciso da uno sconosciuto ubriaco in una sera di primavera.

Quando scendono dal ponte che porta al mare, il polmone di metallo lascia andare fuori l’aria, sopra di loro il cielo è piatto, grigio e senza nuvole, tra non molto pioverà. E’ successo appena l’estate scorsa, a Campo di Mare Marco ha conosciuto una ragazza di una città del nord che gli soffiava nelle orecchie con la bocca, gli diceva che dove sta lei le persone non vivono così tutte attaccate le une alle altre, che non sarebbe nemmeno immaginabile una cosa del genere, che gli avrebbe scritto e si sarebbero ancora detti delle cose sui pescatori che staccavano coi denti pezzi di polpo vivo, che vi avrebbero costruito attorno delle storie comiche o del terrore. La ragazza che vive nella città del nord non gli ha ancora scritto, la bidella Carla tiene entrambe le mani sul volante, si volta un attimo per guardare suo figlio, lo vede preso dai suoi pensieri, lo zaino colorato dell’Invicta sulle gambe, pensa, “fallo crescere”. Il mare adesso è più vicino, la luce è lattiginosa e s’infrange sul parabrezza, la bidella Carla solleva la mano sinistra dal volante, l’avvicina a sé, sul cruscotto c’è una busta chiusa, dentro ci sono i biglietti che il professore di matematica e scienze ha comprato per lei e per Marco, sono per il concerto di Vasco Rossi che viene allo stadio di Via del Mare, a Lecce. Per la prima volta da quando suo marito è morto Carla sente di poter nuovamente accogliere dentro di sé il seme della rinascita che la vita pare porgerle, con le dita della mano sinistra si sistema lentamente, trasognata, una sottile ciocca di capelli chiari dietro il piccolo orecchio, sorride, ma in un modo impercettibile, si dice “fallo crescere”.