Foto Racconti Giuseppe Merico cover

Il toro

Il toro
Pubblicato sul blog della scrittrice Barbara Garlaschelli nella rubrica CORTO SI PUO’ FARE (11 gennaio 2008) * sul quaderno del secondo corso della scuola elementare di scrittura emiliana, a cura di Paolo Nori (Modo Infoshop) * sul blog Poetarum Silva (25 agosto 2010)
E venne l’inverno e portò con sè tante e tali cose che nessuno di noi immaginava. Mia madre stendeva il bucato, vide le nuvole addensarsi tra le due colline che si baciano di fronte alla nostra casa, dopo il vialetto, oltre il cancello. Mi disse che quelle nuvole non portavano nulla di buono. Lo stesso giorno prima che venisse notte, il toro nero che abbiamo nella stalla ruppe il ginocchio di mio padre e le altre ossa che abbiamo nella gamba. Quell’inverno, erano da poco iniziati gli anni ottanta e ancora ci ricordavamo le pallottole nella capitale e si sparava un po’ ovunque, fu mia madre a occuparsi della casa. Mio padre invece no, lui me lo ricordo nel letto, impotente. Giurò che l’avrebbe ucciso a quel toro. Fu mia madre a fermare la foga di mio padre che, febbricitante, si dirigeva come meglio poteva dabbasso, verso la stalla, il fucile imbracciato e uno sguardo che da solo avrebbe ucciso non un toro, ma tutta una mandria intera. Mia madre vendette la porchetta in città, lo fece al posto di mio padre e lui invece di farle i complimenti per il lavoro svolto, cadde nello sconforto. Lui, la gamba rotta, lo tenne fermo fino a quando l’albero oltre il cancello non cacciò i germogli. Mi trovai a fare la spola dalla camera dei mei e la stalla. Portavo colazioni, pranzi e cene a mio padre che per spirito di ribellione decise di non radersi più e la sua barba imbiancava e cresceva. Al toro nero portavo il fieno, ma anche lui sembrava risentito. Non vedere il suo padrone che lo chiamava con voce autoritaria lo aveva gettato in uno stato di prostrazione. Furono gli occhi del toro nero a dirmi che la primavera stava arrivando, si riempirono di grosse lacrime e si lasciò morire, non toccò più cibo e le mucche reclamavano senza ottenere alcunchè. Mio padre si riebbe, andò nella stalla – io aspettavo sulla porta, avevo tra le mani un sacchetto, una reticella piena di biglie colorate – salutò il suo toro nero oramai diventato un mucchio d’ossa. Lo sguardo tra il toro nero e mio padre fu prolungato e straordinariamente lento come se… come se la vita intera fosse racchiusa tra i loro occhi. Il giorno dopo, il toro nero era morto, la primavera arrivata e mio padre seduto sulla sedia di legno mostrava a mia madre le spalle più cascanti che avesse mai potuto portare, mentre lei, mia madre lo abbracciava standosene in piedi e in silenzio.