Foto Racconti Giuseppe Merico cover
Campo di Mare in tre movimenti
Pubblicato sul blog Inchiostro di Puglia – 10 dicembre 2014
Nel paese c’è una lingua di fuoco e acciaio che le arde gli occhi, ha preso l’abitudine di portare con sé una bottiglietta di acqua borica e un pacchetto di garzine sterili. Le tira fuori dalla borsa comprata al mercato che fanno il sabato mattina in via Pier Giovanni Rizzo, se le passa sugli occhi quando le bruciano. Una mattina alla fine delle lezioni quando la sirena suona per l’ultima volta il professore di matematica e scienze le chiede se un giorno voglia raggiungerlo a casa sua per cena e che porti suo figlio Marco che è nella classe del professore e che se anche la scuola è cominciata solo da due mesi, “io li riconosco subito gli allievi attenti e volenterosi”, così le dice e lei, Carla la bidella delle medie Dante Alighieri se ne compiace, annuisce e abbassa gli occhi che sono due tagli verdi sulla pelle bruna, che sono torrenti seccati dal troppo esondare, li abbassa per un attimo sulla formica del banco da scuola che è tutta scritta e graffiata, il banco che è il suo posto tra i bagni e l’ingresso principale, “e suo figlio, se lo faccia dire, è uno di questi” conclude il professore di matematica e scienze il cui cavallo dei pantaloni, per come la vede Carla, la bidella, è sempre troppo basso e l’orlo gli va a finire sempre sotto le scarpe conferendogli un’aria trasandata che però non le dispiace. Come di qualcuno che uscendo di casa al mattino si dimentichi sempre qualcosa e un sentimento di tenerezza e protezione guadagna millimetri lungo le pareti del cranio della donna. Read more »
Un racconto estivo
l’estate la tirava per le lunghe
la tirava per le gambe
le si erano talmente allungate
che quando metteva i piedi giù dal letto al mattino
quelli erano già arrivati in ufficio mentre lei si spazzolava ancora i denti con la pasta comperata in farmacia,
la scrivania di fronte era vuota,
la collega si era autospedita una cartolina da Kuala Lumpur
l’estate la tirava per il collo
e una notte quando si alzò per andare a bere starnazzò di fronte alla luce accesa del frigorifero,
l’estate freddò un attore famoso
e quando lei lo seppe si guardò riflessa nello specchio di un bagno di uno stabilimento balneare della riviera romagnola e di colpo si sentì le ossa pesanti. Read more »
Cemento
Pubblicato sul blog Poetarum Silva – 10 marzo 2014
Nero vestito
spezzato
teso
tra due pale di fico.
(da Fisica del dolore,
Claudia Ruggeri)

La placca di sabbia si stacca dalla riva, è nuda, ha vergogna di sé, del suo corpo da spiaggia, in una notte di febbraio, “mghhh” le esce dalla gola di sale, sta per andare, ha un sogno, ha paura. È ottimista.
Ciro odia il suo nome, le mani di terra di suo padre, il dosso di carne sul collo di sua madre. Non ha mai fatto queste cose, per diciannove anni ha camminato rasente i muri del paese guardando con un sentimento di invidia misto a disprezzo chi, suoi coetanei molto lontani da lui per storia e carattere, riusciva a fermare il traffico della via Brindisi per parlare di qualcosa di molto lontano da lui per contenuto e portata con qualcuno alla guida di una Golf Gt nera coi vetri oscurati, incurante delle automobili che seguivano. Culi stretti in Levi’s 501.
Quello che gli manca a Ciro è la presenza, e gli occhi.
Un giorno un suo amico, uno più grande di lui ha cercato di metterglielo dietro, per scherzo, ma Ciro mica riusciva a tirarselo via di dosso, quello. Per davvero.
Ciro non ha mai avuto un paio di occhi radar, semplicemente il giorno che li hanno distribuiti lui era in coda alla fila, quando poi è arrivato il suo turno, hanno chiuso, hanno preso su baracca e burattini e chi s’è visto s’è visto. Read more »

La memoria della madre
Pubblicato su www.bibliotecasalaborsa.it – 13 aprile 2011
“A voi che vi siete arricchiti con la mia pelle, mantenendo me e la mia famiglia in una continua semi-miseria od anche di più, chiedo solo che per compenso dei guadagni che vi ho dati pensiate ai miei funerali. Vi saluto spezzando la penna.”
(Emilio Salgàri)

Uno
Non ci possono andare sempre e a volte sono così stanchi che si addormentano lungo la strada per il paese. Abbandonano la bicicletta sul ciglio della strada e dormono sotto qualche albero. Al mattino si svegliano con la brina che si è posata ovunque, si guardano e si dicono, “non ce l’abbiamo fatta.” Ritornano a casa, il loro padre è già nella stalla che li aspetta. Quando entrano, il loro padre li guarda male e a volte li guarda così male che non gli basta, li prende a schiaffi, prima uno e dopo l’altro. Ma loro, i fratelli hanno la pelle dura. Prendono quello che si meritano e poi cominciano con le vacche. Spalare la cacca, spazzare per terra, cambiare il fieno. In biblioteca non ci possono andare sempre e quando finiscono di leggere i libri che hanno preso li rileggono, li imparano a memoria, se li raccontano. Il loro padre si ubriaca e la loro madre è sottoterra in qualche posto del cimitero del paese. Read more »

La testa
Pubblicato su www.unonove.org – 20 gennaio 2011
Stamattina l’ho trovata nel bagno. Al che ho chiesto a mia moglie che si chiama Marta e adora indossare cappelli, “ce l’hai messa tu quella cosa nel bagno?” Mia moglie dall’altra stanza, “no, era già lì. Solo che non va via.” Ho guardato dritto nel cesso e mi son fatto coraggio. Ho aperto l’armadietto bianco dove di solito teniamo i farmaci, mia moglie soffre di emicrania. Ho preso un paio di guanti in lattice. Mi sono abbassato sul cesso e con una mano l’ho afferrata per i capelli. L’ho tirata su gocciolante di urina, e sì che anche a me scappava di farla. L’ho posata per terra su un asciugamano e ho fatto i miei bisogni. Mia moglie dall’altra stanza, “strano, vero?” Io, guardando la testa, “sì, aspetta un attimo che ne parliamo.” Ho finito di fare quello che dovevo fare nel bagno e l’ho portata di là. “Non lì!” Ha esclamato mia moglie, continuando, “non la posare sul tavolo che ci mangiamo.” Me ne andavo in giro per casa con la testa di una donna giovane in mano, i capelli neri, corti ma non troppo, gli occhi chiusi, pallida, le labbra violacee, non una goccia di sangue. Ci siamo seduti sul divano e l’abbiamo guardata per un po’, la testa. Il giorno prima non c’era e non sapevamo chi ce l’avesse messa nel cesso. Io e mia moglie non conoscevamo quella testa. Abbiamo pensato di chiamare la polizia, insomma informare qualcuno, non si sa mai di questi tempi. Poi ci ha telefonato Lidia, la nostra migliore amica che voleva andare fuori città a fare un giro. Sia io che mia moglie siamo stressati ultimamente. Abbiam preso e siam partiti. Avevamo proprio bisogno di svagarci. Abbiamo chiuso la porta di casa a chiave e siamo usciti. La testa sul divano sembrava stesse comoda. L’abbiamo lasciata lì. Al rientro, era notte inoltrata, siamo entrati in casa e la testa non era più sul divano. Mia moglie si stanca quando è fuori casa e non sapevo se aveva voglia di ascoltarmi, ma tant’è che le ho detto, “ci hanno rubato la testa.” “No,” mi ha risposto lei dal bagno, “è qui nel cesso.” Ho raggiunto mia moglie e insieme abbiamo guardato la testa incastrata nel cesso. Non smettevamo di guardarla e lei guardava noi.
Il toro
Pubblicato sul blog della scrittrice Barbara Garlaschelli nella rubrica CORTO SI PUO’ FARE (11 gennaio 2008) * sul quaderno del secondo corso della scuola elementare di scrittura emiliana, a cura di Paolo Nori (Modo Infoshop) * sul blog Poetarum Silva (25 agosto 2010)
E venne l’inverno e portò con sè tante e tali cose che nessuno di noi immaginava. Mia madre stendeva il bucato, vide le nuvole addensarsi tra le due colline che si baciano di fronte alla nostra casa, dopo il vialetto, oltre il cancello. Mi disse che quelle nuvole non portavano nulla di buono. Lo stesso giorno prima che venisse notte, il toro nero che abbiamo nella stalla ruppe il ginocchio di mio padre e le altre ossa che abbiamo nella gamba. Quell’inverno, erano da poco iniziati gli anni ottanta e ancora ci ricordavamo le pallottole nella capitale e si sparava un po’ ovunque, fu mia madre a occuparsi della casa. Mio padre invece no, lui me lo ricordo nel letto, impotente. Giurò che l’avrebbe ucciso a quel toro. Fu mia madre a fermare la foga di mio padre che, febbricitante, si dirigeva come meglio poteva dabbasso, verso la stalla, il fucile imbracciato e uno sguardo che da solo avrebbe ucciso non un toro, ma tutta una mandria intera. Read more »
La lista
Pubblicato sul blog Poetarum Silva – 20 agosto 2010
Un bimbo di 6 anni è stato ucciso da un camion che faceva retromarcia all’interno del parcheggio di un supermercato. Una scarpa è rimasta sull’asfalto, l’altra ce l’ha ancora il bimbo al piede. La ruota posteriore del mezzo ha premuto sul cranio del bimbo. La sua testa adesso è integra fuori, ma rotta dentro. Se premi col dito a livello dell’osso parietale, questo affonda. Una signora di 86 anni è morta nel sonno. La signora ha i capelli bianchi che aderiscono alla fronte per via del sudore; se ne deduce che la signora deve aver sudato molto prima di morire. La parte del volto che poggia sul cuscino ha preso una piega tale che il volto pare accartocciato, l’effetto è reso più suggestivo dalle numerose rughe che ricoprono il volto dell’anziana donna. Un uomo di 56 anni dalla corporatura robusta è morto di cirrosi epatica allo stadio terminale. Quando i famigliari gli girano la testa da un lato, abbondante liquido biliare sgorga dalla bocca e sporca il cuscino. Un signore alto e magro, è morto all’età di 57 anni mentre si recava a pagare l’assicurazione dell’automobile della moglie. Un infarto gli ha rotto il cuore. Read more »
Ultimo giorno di scuola
Pubblicato sul sito www.galaadedizioni.com/dblog – 23 dicembre 2009
“Altri echi
Vivono nel giardino.
Li seguiremo? Presto, disse l’uccello, trovàteli, trovàteli.”
Quattro quartetti, T.S.Eliot

Il prato se ne sta con noi e noi gli siamo sopra scalzi o con adidas consunte. Ho il sole che mi acceca. Isabella corre, la vedo di spalle allontanarsi verso gli altri. La sua forma umana diventa liquida man mano che si allontana da me e si avvicina agli altri che sono nei pressi del fiume. Lì ci sono grossi platani che fanno ombra. Io sono salito sulla sommità della collina per bere alla fonte: un piccolo cannello che sbuca dal terreno.
Per bere ti devi abbassare al suolo, spostare l’erba verde e sporcarti le mani di terra fangosa.
“Vieni giù” mi chiama Isabella che ha raggiunto gli altri tre.
La sua voce mi arriva come un: “Vienigiùvienigiùvienigiù…” Read more »

La signora del piano di sopra
Pubblicato su thrillermagazine.it nella rubrica Giallo Comico – a cura di Graziano Braschi e Mauro Smocovich
Gli chiese di aprire il cielo, ma lui non aveva mai aperto cieli, al massimo biglietti d’auguri quando abitava a Parma, in via della Salute che tutti ridevano quando diceva di abitare in quella via che a vederlo lui sembrava sempre malato. Una volta una le disse che era così, emaciato e lui si guardò allo specchio per mezz’ora e in quella mezz’ora fuori i vigili del fuoco cercavano di far scendere la signora anziana del piano di sopra dalla scala anticendio montata su un grosso mezzo dei Vigili. Lui non si accorse di nulla, mentre la ragazza che lo aveva chiamato emaciato, manco lei si era accorta di quello che stava accadendo fuori perchè si era fatta una pera nella camera da letto di lui. Questa si bucava ogni volta che non superava un esame e a Parma medicina era dura e lei stava diventando una tossica di un certo livello, agonistico, le diceva lui quando la vedeva gareggiare alla morte con gli altri tossici che assediavano, ombre, la stazione di Parma dalle 22 in poi. II lunedì era escluso che c’erano troppi pulotti in giro. Read more »
Il verbo uccidere
Pubblicato sul sito argonline.it (nella sezione Inediti – Narrazioni e prose poetiche)
Se devi sboccare vai nel cesso. – Si abbottona la camicia di flanella, la camicia a quadri, guarda dalla finestra, guarda le famiglie nei parchi, in tutti i parchi di tutte le città. Decide di lasciare la città verso sera. Fa il pieno alla macchina e guarda quel poco di sole che è rimasto nel bicchiere. Non crede a sua moglie quando le dice che un giorno tornerà, con queste parole, un giorno tornerò. Non capisce nemmeno le voci nella testa e i proiettili. Quando nacque nel deserto pensò di essere un serpente. Poi quando crebbe capì di essere una merda. Quella che gli prese il cazzo in mano non sapeva che farsene. Era stato a New Orleans e a Seattle una volta, quando suo padre era ancora vivo. E questa gli prese il cazzo in mano. Mangiarono hamburger al formaggio e passeggiarono per le vie del centro. Non gli disse neanche che aveva un bell’attrezzo. Read more »